mercoledì 6 ottobre 2010

Pastori di Valcamonica (Grafo Edizioni, Brescia, 2002)


Lo sviluppo della pastorizia in alta Valcamonica, favorito dalla presenza di molti pascoli sopra i 2000 metri difficilmente raggiungibili dal bestiame grosso, può essere fatto risalire senza dubbio a epoche assai remote. Eppure, nonostante questa attività economica per secoli sia stata ininterrottamente presente nel paesaggio sociale delle nostre valli, conoscendo la sua crisi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, quella del pastore è sempre stata avvertita come una figura ai margini, scarsamente integrata rispetto alla comunità degli umani, della quale non condivideva stabilmente nè lo spazio, il luogo di residenza, nè il calendario e il tempo. Tra fine maggio e i primi di giugno era il momento di recarsi ai pascoli alti, a fine settembre quello di ridiscendere al villaggio; al principio di ottobre si partiva per la pianura - il Lodigiano, il Cremonese, la Bassa bresciana - per ritornare in valle nella seconda metà di maggio. Transumanza invernale e transumanza estiva erano gli eventi in cui si divideva l'anno dei pastori. Questa separatezza, sancita dallo stesso gergo, il gavì, che essi utilizzavano per distinguersi e riconoscersi tra loro, ha suscitato spesso la diffidenza e l'ostilità sia dei valligiani che dei contadini della pianura, creando difficoltà al lavoro e condannandoli a una condizione di estrema solitudine. La parabola purisecolare dei pastori camuni trova in questo libro una ricostruzione rigorosa, supportata da una corposa documentazione e rappresenta un rilevante contributo per la storia economica e sociale dell'area alpina.

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