
“Alla ricerca del riso perduto” di Luigi
Vitaloni edito Linea Grafica nel gennaio 2010,
è una guida sulla “tracciabilità
storica” della coltivazione del
chicco bianco in tutte le Regioni italiane.
Scrive l’autore: «Nel corso della
storia, la coltivazione del riso non
è stata semplice, un cereale di molte
discordie, dovute alla poca salubrità
dell’ambiente dove esso veniva
coltivato». Tanto che, in alcune Regioni
italiane, la coltivazione del riso
fu sospesa dopo lunghi processi e
rivolte popolari. Tuttavia, a detta di
Vitaloni: «Il riso ha salvato tantissime
vite umane, e ancora oggi è il cereale
più consumato al mondo, sfamando
intere generazioni di persone». Di
più, perché dove la coltivazione si è
affermata, essa ha modificato il territorio,
rendendo ad esempio coltivabili
molte zone aride. Tra le Regioni nelle
quali il riso non è più coltivato, Vitaloni
prende in considerazione Calabria,
Friuli Venezia Giulia, Marche, Campania
e Sicilia. In Calabria, ad esempio,
con l’operazione di bonifica voluta
dal fascismo nella piana di Lamezia, fu
istituita la coltivazione del riso, come:
«Corollario di una iniziativa nella quale
l’intreccio tra industria e agricoltura
poteva costituire l’incentivo alla realizzazione
di una condizione in grado
di avviare quel processo di incremento
economico necessario a far decollare
l’intero territorio». La guerra,
tuttavia, frenò la risicoltura calabrese,
che comunque produceva più di 5 mila
quintali annui in circa 100 ettari. Eppure,
il riso prodotto prendeva la via del
Nord, dando luogo a grosse speculazioni
anche attraverso il mercato nero.
In generale, però, a produrre il miglior
riso era l’Azienda La Ferla, che selezionava
una varietà molto apprezzata, il
“Vialone La Ferla”.

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